Son passate diverse settimane dal Gran
Premio d’Italia di Formula 1, considerato uno degli eventi storici e principali
del Mondiale, soprattutto per la storia che ha Monza alle proprie spalle. Il
circuito brianzolo ha ospitato ogni gara del Circus – tranne nel 1980,
sostituito da Imola – e ha visto tutto il paddock evolversi, dalle origini fino
ai giorni nostri.Il Gran Premio di quest’anno non è stato
certamente emozionante e sono stati pochi i momenti in pista che hanno fatto
alzare dalle tribune i tifosi venuti ad assistere alla corsa. Eppure, Monza è
un circuito classico nel disegno e atipico al giorno d’oggi, e già in passato
ha dimostrato di poter regalare delle gare emozionanti. Dunque, dove si trova
la colpa?
Ho pensato a lungo una risposta alla
seguente domanda, che mi ha impegnato in questo mese trascorso da quel week-end.
Non ho individuato un colpevole, ma più agenti che hanno influito a trasformare
la Formula 1 in un circo che, oramai, non sa più divertire. Cominciamo con
ordine, dividendo in punti le cause.
- Le vie di fuga - Se ne parla ormai da anni di queste vie
di fuga asfaltate, presenti in ogni curva di ogni circuito. Ormai, sono ben
pochi gli autodromi che ospitano importanti categorie che abbiamo vie di fuga
in erba o in ghiaia, così come era stato fino alla metà degli anni 2000. I
piloti, al giorno d’oggi, possono sbagliare quanto vogliono, senza rischiare di
compromettere la vettura o di fermarsi senza altre soluzioni fuori pista,
bloccati dalla ghiaia. Il lavoro delle vecchie vie di fuga era sì quello di
salvaguardare le vetture e i piloti dall’impatto contro le barriere, ma anche
quello di mettere un limite ai piloti e di spronarli a rischiare fino all’ultimo
centimetro d’asfalto senza rimanere poi bloccato fuori. Basta vedere nelle
categorie minori: quanti macchine vedete fuori alla prima curva, nelle vie di
fuga? Troppe, direi.
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La Radillon di Spa-Francorchamps nel 1999. Da notare le barriere più vicine al tracciato, così come la presenza della ghiaia e dell'erba all'esterno e all'interno. |
- I cordoli – Alzi la mano chi si ricorda i voli che le monoposto di Formula 1 effettuavano quando salivano su un cordolo. Probabilmente pochi o nessuno, dato che i cordoli sono diventati parte integrante della pista. Sono bassi, larghi, lunghi e con un bel tappino d’erba che li circondano come ornamento floreale. Anni fa erano un pericolo per i piloti, che dovevano evitarli per non rovinare (o distruggere) le proprie sospensioni, o anche per non capottarsi. Come per le vie di fuga, tutti tendono ormai ad andarci sopra e oltre, e non rappresentano più un pericolo.
- L’aerodinamica – Se le vetture non possono stare così vicine quando sono in scia è sicuramente colpa dell’aerodinamica delle stesse monoposto, che impediscono le battaglie vere in pista. Questi problemi sempre sono esistiti e sempre esisteranno, ma il regolamento tecnico certo non aiuta.
- La misura e il peso delle vetture – Grandi, grosse e lunghe, le monoposto attuali sono grandi quasi quanto le vetture turismo o le LMP1 del Mondiale Endurance. Esteticamente non sono belle, figurarsi con quelle ale anteriori giganti. Solo 10 anni fa erano più semplici, belle e accattivanti, ma decisamente più contenute e leggere.
- Il DRS – Già si è parlato tanto e già molti lo vogliono abolire, ma il sistema dell’alettone mobile, che serve a favorire il sorpasso di coloro che inseguono sotto il secondo la vettura che gli precedono, è una gran porcata che si sta estendendo a sempre più categorie; è notizia di qualche giorno fa quello dell’implemento del congegno anche in GP3. Dov’è finita l’arte del sorpasso, cara ai Mansell, ai Senna, ai Piquet, agli Hakkinen e agli altri campioni del passato?
- Le gomme – Che differenza c’è tra una ultrasoft e una hard? Per la Pirelli una dura più dell’altra, mentre per gli appassionati, che guardano le gare in televisione, nessuna; sono vere entrambe le affermazioni, soprattutto perché quest’anno le ultrasoft – tradotte in gomme da qualifica – son riuscite a tenere la pista per quasi venti giri in gara. Senza una differenza ampia e sostanziale, le strategie sono diventate banali e piatte.
- I pit-stop – Ci sono diverse componenti nel pit-stop che dovrebbero essere cambiate: il ritorno del rabbocco di carburante e l’eliminazione di diversi meccanici addetti. Per la prima, una strategia basata sulla quantità di benzina movimenterebbe di più lo spettacolo ai box, influenzando anche il risultato finale della corsa; il secondo punto l’ho pensato guardando le gare americane, tra la NASCAR e la IndyCar. Sono pochi gli addetti al cambio gomme e all’assistenza dell’auto, che darebbe un valore in più a coloro che danno il 100% in queste occasioni. Attualmente i pit-stop non durano nemmeno due secondi, che non danno reali conseguenze se non si vede qualche errore evidente.
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Un pit-stop durante una gara NASCAR. Con molto lavoro diviso in pochi addetti, molte corse son decise ai box. |
- Le penalità – Quante penalità si vedono a fine della gara o durante la stessa? Tante o anche troppe. Se sul giro cronometrico o sul sorpasso si può azzardare per le vie di fuga, da un lato non si può nemmeno tentare un ruota a ruota o una staccata a ruote fumanti che si rischia uno stop and go o una multa con annesso punti sulla patente. E pensare che se corressero oggi i Villeneuve e gli Arnoux sarebbero già banditi dal campionato.
- Il calendario – Un numero così alto di tappe lo si vede solo nelle categorie NASCAR, ma che hanno altre motivazioni storiche e sociali per farlo. Ventun gare son troppe, richiede uno sforzo economico altissimo e, soprattutto, non sono studiate bene. Perché correre in Azerbaigian o ad Abu Dhabi, dove solo i magnanti petroliferi sono interessati a vedere la corsa, piuttosto che Francia o i Paesi Bassi? Non puoi appassionare la cultura locale ai motori se prima non studi una base che parte dal basso, così come fece il Giappone tra gli anni ’70 e ’80.
- La vicinanza al pubblico – Il modello americano e quello europeo (per quanto riguarda l’Endurance o il GT) insegna, solo che la Formula 1 non vuole capirlo. Non c’è nessun contatto fisico fra i piloti e le squadre con i tifosi, che hanno possibilità di vedere da vicino i propri piloti solo al giovedì o al venerdì. In altre categorie organizzano la pit-walk o la sessione di autografi, anche la domenica di gara. Il Circus è dentro a una bolla che non è a contatto col mondo esterno, tra il proprio lusso e le proprie feste.
- I costi per i tifosi – Andare in tribuna alla gara della domenica è diventato affare per i ricchi, che sborsano fior di soldi pur di vedere la gara dalle tribune centrali, oppure da coloro che risparmiano soldi per poter vedere, almeno una volta, un Gran Premio. Con lo stesso prezzo si può comprare tutte le entrare per vedere le gare del WEC. Questo divario non è assolutamente giustificabile per il Circus.
Alla fine, non è colpa di Monza se lo
spettacolo non s’è visto, ma di una Formula 1 che si è evoluta, ma prendendo
una strada che porta alla selva oscura e non al paradiso.
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